NATALI DI UN SECOLO FA E NATALI GIAPPONESI

Sono tornata in Giappone  con l’intenzione di fare l’albero di natale, magari qualche decorazione in casa e i biscotti. Perciò il 7, con Hiro siamo andati a prendere tutto il necessario, in modo da farlo il giorno dopo come la tradizione di famiglia prevede. Così l’8 ho passato la giornata con Haruki, fra palline, fili colorati, adesivi per finestre, pasta frolla alle mandorle e profumo d’arancia.. Credo che il suo obbiettivo principale sia il “non far arrivare l’albero alla vigilia”.. Già..perché come tutti i bimbi piccoli, la mamma appendeva e faceva e lui smontava..

Beh.. alla fine però , come vedete dalle foto ce l’ho fatta a fare l’albero, ed anche i biscotti eh (nella foto erano ancora da infornare)! Rigorosamente senza luci perchè non oso immaginare che fine avrebbero fatto.. 

Ricordo ancora molto bene i natali di quando ero piccola, la magia che c’era nell’aria e che rendeva trepidante l’attesa. Per tutto il mese, quando mia madre non mi vedeva, mi avvicinavo quatta quatta all’albero e tastavo e scuotevo ogni regalo, nella speranza di captare un qualche indizio che mi facesse capire di cosa si trattava..Festeggiavamo sempre da nonna, a partire dal 24 sera -come tutti i meridionali- fino al 26 quasi senza tregua. Era una bella occasione per riunirci tutti, gli zii vicini e quelli lontani, che vedi spesso e che vedi poco.. Solo dalla parte di mia mamma erano in 8 fra fratelli e sorelle, tutti sposati con 2 o 3  figli, così eravamo sempre ben più di 20 persone…Vi lascio immaginare che gran via vai e vivace confusione. Quell’immensa tavolata imbandita di ogni cosa e decorata a festa per 3 giorni di fila, la casa piena di parenti, il grosso vociare rumoroso di grandi e bambini che insieme alle calde risate, risuonava fino a tardi la sera della vigilia, nell’attesa della mezzanotte, per aprire i regali. S’ingannava il tempo fra le innumerevoli portate presenti, che immancabilmente non si riuscivano mai a finire da quante fossero, qualche racconto che scaldava gli animi -famosissimi quelli di zia Lina-, o barzelletta, un paio di noccioline accompagnate da qualcosa da bere, i sempre presenti panettoni e pandori e l’immancabile tombola. Allo scoccare della mezzanotte il salone si riempiva di carte svolazzanti ovunque, quelle dei regali, che noi bambini nella foga e nella felicità del momento, scartavamo in ogni dove e lasciavamo cadere in ogni angolo. Qualche volta nevicava, e lì per noi piccoli era la felicità più assoluta.

Sono anni che non vivo più un natale così, da quando mamma non c’è più..con lei anche questa tradizione di famiglia si è sciolta. Di sicuro non riuscirò a ricreare quì, dall’altro capo del mondo, per mio figlio, quella stessa atmosfera. In Giappone questa festa non ha reale motivo di esistere, è solamente commerciale e ovviamente non viene vissuta come la viviamo noi in Italia, essendo una festa cristiana. 

Qui il giorno di natale si usa andare fuori a mangiare pollo fritto, spesso insieme ad amici, magari in posti tipo KFC o fast food similari,  e mangiare la loro tradizionale “Christmas Cake” クリスマスケーキ, torta di pan di spagna con panna e fragole e decorazioni natalizie. Ed ecco qui il loro natale… Ovviamente per noi -soprattutto noi italiani del sud , consentitemelo!-non si può sentire che a natale si vada al fast food a mangiare pollo fritto!! Per ció ho detto a mia suocera di venire da noi, almeno il 25, perciò preparerò qualcosa di serio come la tradizione richiede!

In ogni caso spero di riuscire a trasmettere a Chris, la magia di questo periodo, quella che illumina e anima gli occhi e la fantasia dei bambini del mondo, davanti a questo omone vestito di rosso e con la barba lunga, che in una sola notte, arrivando da molto lontano, accompagnato dai suoi piccoli aiutanti e le sue renne, distribuisce sogni per tutto l’universo. 

Perché la magia di babbo natale è unica e vive in ognuno di noi, sta a noi mantenerla accesa.

ORA DI TORNARE..

E dopo un mese mi ritrovo qui, su questo volo, appena decollato, destinazione Hong Kong, dove me ne attende un altro, domani mattina, che mi porterà fino a Osaka e poi da lì, in fondo, posso già dire di essere a casa.

Che dire di questo mese “italiano” ? Beh.. non é andato proprio come uno s’immagina quando, abitando fuori, torni ai tuoi luoghi, alle persone che ti hanno visto crescere, o con cui hai condiviso parecchi anni.. Come mai vi starete chiedendo.. Perché purtroppo, è stato un mese di malanni, che hanno, inevitabilmente,scombussolato ogni mio piano! Appena arrivati Haruki si è beccato un bel virus gastrointestinale, che ho poi preso anch’io, e si è trascinato fino a metà mese. Passato questo è stata la volta della stomatite, povero (che per fortuna ha deciso di risparmiare almeno me!)! E così, in un batter d’occhio, ci siamo ritrovati a fine mese ed eccoci di ritorno! Per fortuna però, quando Chris stava meno peggio, siamo comunque riusciti a vedere almeno le persone più strette e gustare i vecchi sapori, che in terra d’Oriente difficilmente si trovano, o in alcuni casi non esistono proprio, come le cime di rape (qui forse i nordici doc non saranno molto abituati a mangiarle..), le nostre salsicce o il profumo del vero pane..

Ho cominciato questo post ch’ero seduta sull’aereo, e lo finisco sdraiata sul futon di casa..che dire ancora? A parte il fuso che mi fa stare sveglia la notte, con mio figlio in vena di giocare e pimpante come fossero le 10 del mattino, sicuramente il mio prossimo viaggio in Italia sarà in un periodo un po’ più mite!

Non mi sono portata dietro la nostalgia rientrando, in fondo non mi manca l’Italia, mi possono mancare le persone care, o magari i tanti cibi che poi finisci per cercare e non trovi mai.. ma “casa” per me, è dove c’è Hiro e mio figlio.. per cui in fondo sto benone anche qui, dall’altro capo del mondo..

Il GIAPPONE OSCURO – karoushi, 過労死する

Ho deciso di parlarvi di alcuni lati di questo paese che spesso sono poco conosciuti, per cui, da quì alle prossime settimane, scriverò qualche articolo al riguardo.

Il Giappone viene dipinto sovente come il paese perfetto e in tanti, poco informati, lo credono tale. Purtroppo così non è, anche qui come ovunque nel mondo, ci sono aspetti negativi. Lascio a voi poi, ogni giudizio personale.

Il Sol Levante è uno dei paesi del primo mondo con il più alto tasso di suicidi, uno dei pochissimi posti dove ancora oggi si muore per troppo lavoro. Tale fenomeno è definito in lingua giapponese karoushi suru 過労死する. Ogni anno, la percentuale di morti per attacco cardiaco o addirittura suicidio, a causa di condizioni di fortissimo stress lavorativo è significativa. Secondo recenti indagini 1 lavoratore su 5 è a rischio karoushi. 

Spesso sentiamo dire che i ritmi di lavoro qui sono molto stressanti, ma non si può veramente comprendere finché non lo si vede direttamente. 

Proprio  negli ultimi mesi un nuovo caso è sotto analisi. Un 24 enne si è tolto la vita negli uffici della Dentsu, famosa agenzia pubblicitaria di Tokyo. Aveva accumulato 105 ore  di straordinario mensili.  Nei giorni  prima aveva preannunciato, sui social, il suo triste gesto e il profondo malessere che stava vivendo. Ora la Dentsu è al centro di tutta una serie di verifiche del governo. Il  tema karoushi, oltre a rappresentare una forte piaga sociale , è tutt’ora considerato un tabù, in parte anche dal governo stesso.

Nonostante questo, nel 2007 lo stato si è visto costretto a cercare di prendere in mano la situazione per  tentare di arginare il problema -che dagli anni 2000 ha conosciuto un forte incremento, anche fra i giovani- e  pubblica così il libro bianco anti-suicidi. In 280 pagine viene ricostruita una situazione drammatica. Questo documento rivela che un 11% delle aziende riconosce almeno 80 ore di straordinario mensile ai propri dipendenti, un altro 12% ha dichiarato oltre 100 ore al mese per il proprio personale .. Le speranze iniziali erano che almeno 10000 società partecipassero a quest’ indagine, ma purtroppo solo  1700 circa hanno accettato. Un campione veramente esiguo se si pensa alla vastità del problema, che nel 2015 ha visto morire  oltre 2000 persone di karoushi.

LA STANZA DEL TATAMI 

Anche qui, negli ultimi dieci giorni, le temperature hanno iniziato ad abbassarsi un pochino, ed ecco iniziare a vedere, girando per la città, le prime foglie farsi scure e cadere. L’autunno piano piano, silenzioso, sta iniziando a bussare anche alle nostre porte, malgrado abbiamo ancora splendide giornate di un cielo azzurro terso. Gli ultimi 2/3 giorni soprattutto, si poteva girare tranquillamente ancora a manica corta, con temperature che ai aggiravano intorno ai 28°, oggi però sono tornate ad abbassarsi un pochino. Nulla di sconvolgente, ai 20° arriviamo lo stesso, ma tira un po’ diquel vento autunnale nell’aria, che ti fa tirare fuori le prime maglie a manica lunga e di notte anche noi abbiamo iniziato a mettere una leggera copertina. Certo lo so, in Italia, almeno al nord ci siete arrivati già da un pezzo..

Così, dato quest’odore d’autunno nell’aria, ho fatto il cambio di stagione e ho preparato il kotatsu 炬燵. Sì, un po’ presto per le temperature che abbiamo ancora, ma non vedevo l’ora di vedere la nostra stanza del tatami completa, con questo tavolo speciale, tutto giapponese, che la riempie e le dona un aspetto conviviale che mi piace molto. 


Il kotatsu è quel tavolo basso che vedete nella foto, ma non è un semplice tavolo, come si può intuire. La sua superficie è rimovibile per permettere di posizionare quella coperta, in questo caso con motivi floreali, che vedete nell’immagine. Sotto al tavolo si trova tutto un marchingegno elettrico che se acceso riscalda la coperta! Per cui nelle fredde giornate invernali o autunnali che siano, è d’abitudine, nelle case giapponesi, sedersi sugli zabuton 座布団, che altro non sono che i 4 cuscini rossi che vedete posizionati intorno al tavolo, magari bevendo o smaggiunchiando qualcosa, mentre si guarda la tv e infilare le gambe al caldo, sotto la coperta del kotatsu. Ma non solo.. da sotto la coperta esce un tappeto, sotto di esso ce n’è un altro ch’è un tappeto elettrico riscaldato…

Capite perché amo tanto questa stanza? Quale modo migliore per trascorrere dei freddi e brutti pomeriggi, se non un kotatsu acceso con una bella tazza di tea fumante, o perché no una cioccolata calda, magari davanti alla TV??

NON SOLO SUSHI

Noi italiani spesso conosciamo la cucina giapponese per il sushi e sashimi, e a volte, quando parlando viene fuori che Hiro è uno chef giapponese, mi sento dire “Ma quindi tu mangerai tantissimo sushi!! Che fortuna”. Beh… bisogna sfatare qualche mito al riguardo..

1 ) in Giappone non esiste solo il sushi, anzi!! Ci sono tantissime altre prelibatezze buonissime che in Italia è difficile, in alcuni casi impossibile, trovare

2) mio marito, facendo lo chef, generalmente  non è mai a casa quando è il momento di cucinare…. perché lui sta cucinando sì, ma da un altra parte. Mangio sushi ogni tanto, ma non sono fra i pazzi per il sushi, preferisco altre pietanze.

Detto ciò, qui, in cucina è tipico l’uso di salse varie, mentre viene utilizzato molto meno che  non da noi il sale. Solitamente in un pasto c’è sempre della zuppa di miso 味噌しろ, accompagnata da una ciotola di riso e un’ altra piatto. Così, tendenzialmente, quando si va fuori a mangiare si trova sempre un menù completo, tra l’altro a buoni prezzi. Mangiare fuori in Giappone non è caro, anzi.
La cucina giapponese è considerata una delle più salutari, tra l’altro da dicembre 2013 è stata inserita dall’UNESCO tra i patrimoni orali e immateriale dell’umanità.
I piatti che più preferisco personalmente sono i ramen ラメン, l’okonomiyaki お好み焼き, tipico di Osaka, e Shabu Shabu しゃぶしゃぶ . Il ramen ormai in qualche ristorante s’inizia a trovare anche in Italia, idem l’okonomiyaki, anche se ancora è raro, ma non lo Shabu Shabu!

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Quest’ultimo è un pasto molto conviviale e carino da fare con amici. Si porta al centro della tavola una pentola, piena di acqua o zuppa, su un fornello acceso, (in Giappone esistono tavoli con fornelli o piastre centrali), tutt’intorno, o comunque vicino alla pentola, si mettono tanti altri piattini pieni di carne e verdure tagliate sottili, come carote, cipolle, funghi, tofu ecc. Il tutto crudo, perché verrà cucinato sul momento! La cosa carina sta infatti nel fatto che, ognuno prenderà la carne o le verdure con le proprie bacchette, intingera il tutto per qualche secondo nella pentola e lo mangerà direttamente. Di accompagnamento si trovano anche le tipiche salse quali ponzu e gomadare. Purtroppo non ho una bella foto di uno Shabu Shabu da mettere in questo articolo, ma prometto che appena potrò ne posterò una sulla pagina Facebook! Intanto nella foto sopra okonomiyaki, qui sotto ramen!

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Voglio chiudere l’articolo segnalandovi un paio di posti a Milano, dove poter mangiare del buon ramen e l’okonomiyaki. Amanti del sushi non preoccupatevi.. non vi ho scordati:

Okonomiyaki:  Maido! Presente in Via Savona e Arco della Pace. Io sono stata diverse volte in Via Savona, piccolino per cui senza possibilità di prenotazione (almeno fino a un paio d’anni fa circa), ma fa un okonomiyaki spettacolare!!! Infatti è sempre pieno, non per niente ed è già stato segnalato diverse volte su svariati siti/giornali.Se non ricordo male recentemente aveva anche aggiunto un servizio di consegna. http://www.maido-milano.it/”

Ramen: Fukurou traditional japanese restaurant in zona gambara, Via Trivolzio 16. Come la maggior parte dei veri ristoranti giapponesi non è molto grande, prenotate prima perché è sempre strapieno! Telefono 0240073383

Sushi: Ristorante Yoshi anche qui prenotate prima. Zona Repubblica, Via Parini 7. Locale elegante, ottimo, anche se molto caro, però ne vale la pena! http://www.ristoranteyoshi.com/ita/home.html

PROSSIMA PARTENZA

Nell’ultimo anno e mezzo ho fatto tante valige, ma ancor di più scatoloni, preso molti aerei… solo un anno fa, durante l’estate, nei primi  15 giorni di agosto sono salita su 8 aerei.. senza contare quanti altri ne ho presi tra fine agosto e ottobre..

Ora sono di nuovo prossima alla partenza, con una valigia da riempire, ma questa volta non è un nuovo inizio. Mancano poche settimane al mio rientro in Italia. Tornerò per un mese col piccolo terremoto di casa, soli io e lui. Forse mi farà impazzire durante tutte quelle ore di volo lo so, ma ho deciso di non pensarci fino al giorno fatidico.. Spero solo che, avendo prenotato per l’andata volo notturno, dorma..almeno per buona parte del tempo.

Ci sono ancora tante cose che devo fare e preparare, in vista di questo viaggio, ma ancora non mi ci sono messa. Una fra queste fare shopping di vestiti per Haruki.. Ancora non mi sono informata, ma probabilmente, se la mente non m’inganna, ormai lì s’inizia già a essere a manica lunga.. qui invece, il vero autunno deve ancora arrivare.. ci sono ancora giornate estive, tra i 25° e  30°, alternate da qualche tifone che passa qua e là, portando con sé una ventata fresca, ma anche tanta pioggia.

Verrò a respirare l’autunno, quello che qui dovrebbe cominciare davvero proprio quando io e Christian -è il primo nome di mio figlio- saremo lontani quasi 10000 km, perdendoci il clou dei momiji 紅葉, le foglie d’autunno che cadono. Un po’ mi spiace non essere qui a godermi questo spettacolo. È il Giappone che cambia, colorandosi di toni rosso aranciati, che rendono molti paesaggi ancora più suggestivi agli occhi, ulteriormente oserei dire, dopo la lunga e umida estate giapponese.

Comunque so che in Italia mi rifarò, anche se in altro modo. Perché per quanto io non rimpianga di essermene andata, anzi,  per un Expat tornare è sempre un piacere. Tornare vuol dire riabbracciare i propri cari, gli amici, gustare di nuovo quei momenti che non hai più a portata di mano. La bellezza di perdersi in una libreria, fra gli scaffali zeppi di libri di ogni tipo, che non hai nessuna difficoltà a comprendere, durante un freddo sabato pomeriggio..accatastarne una pigna e sedersi a un tavolo del bar del negozio, per leggiucchiare un pochino, prima di decidere quale comprare.. La cena o il caffè con le vecchie amiche, quelle con cui hai diviso tanti anni, a cui basta una chiamata all’improvviso, per ritrovarsi un paio d’ore dopo, insieme davanti a una tazza fumante, cosa impensabile spesso quando si vive fuori. Già, da queste parti, come in tanti altri paesi del mondo (lo so per certo..il caro vecchio facebook a volte insegna), bisogna prendere appuntamento almeno 2 settimane prima, per riuscire a vedersi per un caffè…altrimenti, questi incontri dell’ultimo minuto, restano fattibili solo fra italiani  (inizio a credere infatti che siano solo una nostra prerogativa). Riabbracciare i propri famigliari, con i nipotini che ti scorrazzano fra le gambe… e poi…cosa che sicuramente nessun Expat si perde..le nostre delizie culinarie! Sì, perché soprattutto a certe latitudini, per quanto tu possa cucinare italiano a casa, devi fare i conti con tanti prodotti tipici che non trovi da nessuna parte.. ma a volte anche i più banali, come molte verdure che abbiamo in Italia, qui non esistono.. beh..senz’altro una cosa di cui farò scorpacciate è la frutta..cara come l’oro da queste parti.

Beh.. che dire… credo che partirò con una sola valigia, ma tornerò con due.. un po’ per recuperare pezzi della mia vita che ho lasciato in giro, ancora in attesa di essere riportati “a casa”, e un po’ perché sicuramente mi servirà spazio per i piaceri della tavola.

DI HONNE 本音 E TATEMAE 建前 – la società giapponese 

Come ho già accennato in precedenza quella giapponese è una società di gruppo, dove ciò che ha davvero importanza è il pensiero collettivo, del gruppo, della società, più che quello del singolo. Per ciò si basa su tutta una serie di regole sociali molto rigide, per noi occidentali molto strette, e spesso, incomprensibili o inaccettabili.Per comprendere, almeno in parte, questa cultura, riuscendo a guardarla da un’angolatura meno critica, bisogna avere ben chiaro due suoi grossi pilastri, tutt’altro che scontati: “honne” 本音 e “tatemae” 建前 .

Il primo rappresenta le reali emozioni, pensieri, idee delle persone, che quindi è bene non esternare, in quanto si andrebbe contro l’idea del gruppo. Il “tatemae” invece, è ciò che per convenzioni e regole sociali bisogna dire, esprimere, quindi non il nostro reale pensiero, ma ciò ch’è socialmente accettato. 

Spesso si sente dire che i giapponesi non sono persone molto dirette, in effetti è così. Per rifiutare un invito ad esempio, non diranno mai “no non posso” come invece risulterebbe normale per noi, ma cominceranno a girarci intorno e qualunque giapponese dall’altra parte, capirà…se invece ci trovassimo noi occidentali, non conoscendo questi aspetti, inizieremo ad insistere, non capendo realmente.  Questo perché nella loro cultura non sarebbe educato, gentile un “no” diretto.

È una società che presta molta attenzione al modo di rapportarsi, per cui non sono generalmente ben visti gli eccessi nemmeno nella maniera di esprimersi, perché si rischia in qualche modo d’incrinare una sorta di armonia e perfezione sociale che dev’essere ciò che tutti vedono dall’esterno, appunto il tatemae, ovvero ciò ch’è socialmente concesso, accettato. 

Quelli che sono i reali pensieri o sentimenti, l’honne, saranno un privilegio di soli pochi intimi.

Questi due aspetti sono fondamentali nell’approcciarsi a questa cultura. A volte molti occidentali,  interpretano questo lato come una “doppia faccia”, in realtà così non è. Sono punti cardine, convenzioni sociali, con cui si cresce e si ha a che fare fin da piccoli.