APRILE DI SAKURA 桜 E NUOVI INIZI ASPETTANDO TE

E anche questo aprile, un po’ uggioso e grigio, se n’è andato… è un mese tanto atteso da molti, quì ma non solo. Me inclusa. Fortemente “agoniato” anche dai tanti turisti, e sognatori di Giappone, che non vedono l’ora di ritrovarsi in volo ad alta quota, per godere degli splendidi paesaggi che questo posto sa offrire, con lo sbocciare della primavera. 

È il mese della fioritura. Del Giappone che si risveglia dal suo leggero e freddo torpore invernale, colorandosi delle più svariate tonalità di rosa. È il mese degli hanami 花見, i famosi pic nic all’ombra dei ciliegi, che riempiono i parchi di una fiumana di gente che, in Italia, possiamo appena immaginare. Ondate di allegria e saké 酒  davanti a un bento 弁当 (avete presente i tipici “pranzi al sacco” portati in quei contenitori di diverse forme che si vedono nei cartoni giapponesi? Ecco, proprio quelli!) acquistato al konbini, o a volte, portato da casa per godersi in compagnia lo spettacolo della natura.

È il mese dei “nuovi cicli”, dei nuovi inizi. Dei migliaia di ragazzi che, ogni anno, terminano il loro percorso di studi e si buttano nel mondo del lavoro. È il mese “simbolo, start up” dei nuovi contratti professionali. Centinaia e centinaia sono le aziende che si preparano ad inglobare, nella loro dipendenti, volti nuovi, ogni anno, proprio in questo periodo. Scandisce una perfetta divisione del tempo. L’anno scolastico che ricomincia, nuove assunzioni, gli orari dei mezzi che cambiano, l’apertura del nuovo anno fiscale ecc.. È un nuovo ciclo che inizia. Per me preludio “solo” di un altro cambiamento tanto prossimo, quanto atteso e desiderato.

Questo è il secondo anno che riesco a fare hanami (letteralmente “guardare i fiori”). Purtroppo, come accennavo in apertura di questo post, è stato un mese “strano” metereologicamente parlando, dove il grigiore e la pioggia l’hanno fatta spesso da padrone. Se avete visto la pagina facebook del blog, avrete sicuramente notato le foto dei ciliegi, ve le ho messe anche se non mi hanno soddisfatto, proprio perché la luce che c’era non gli rendeva giustizia. Tutta quell’acqua ha portato presto la sfioritura, per cui in pochi giorni già diversi alberi hanno cominciato a perdere i loro splendidi petali, facendosi via via sempre più verdi. Ed ecco un tappeto rosato a ricoprire l’asfalto. Mi sono dovuta accontentare poi, di scatti di fortuna, rubati agli ultimi alberi trovati casualmente, girando per la città, ancora nel loro pieno splendore. In effetti è così che ho visto i più belli quest’anno, per caso.

Il fiore del ciliegio è forse uno dei simboli giapponesi più noti, che rimanda alla bellezza effimera delle cose e con la sua fioritura di breve durata, ricorda il naturale e meraviglioso processo della vita che nasce, per esser condotta al massimo del suo splendore, come lo sono i Sakura, tanto impeccabilmente perfetti, quanto fragili ed effimeri come sa esserlo l’esistenza.

E intanto anche maggio è iniziato… il MIO mese tanto atteso… La Golden Week, lungo ponte pieno di festività, fra Koinobori 鯉のぼり, le bellissime carpe variopinte e di tante grandezze svolazzanti in cielo in onore della festa dei bambini, i molteplici eventi nei parchi, anche tutto ciò sta volgendo al termine. Sono passati in fretta questi mesi e altrettanto velocemente stanno trascorrendo anche questi ultimi giorni.. 

Il mio nuovo cambiamento deve ancora arrivare, ma so che non tarderai tanto ad affacciarti al mondo, per sconvolgere ancora una volta la mia vita, la mia calma e a volte piatta routine quotidiana, e le mie notti, e non solo le mie.. con le tue continue richieste di attenzioni e bisogni, che solo i tuoi pianti saranno in grado di esprimere… forse pochi giorni o qualche settimana al massimo e poi anche tu, finalmente, dopo tutta questo attendere fatto d’ immaginazione, sboccerai di luce, perfezione e amore puro.

Ormai in attesa solo della tua voglia di conoscere questo posto a te ancora estraneo, con la valigia pronta all’ingresso e piena di minuscoli vestitini, mi auguro di riuscire ad essere la guida che meriti…per te e per il tuo piccolo grande fratellino, che ormai ti chiama a gran voce da mesi e che mi sistema la maglietta se vede la pancia scoperta, perchè altrimenti prendi freddo…

A voi auguro il meglio che la vita vi possa donare, ma so che non sarà solo quello, perché non è così l’esistenza di nessuno.. Nonostante ciò, noi saremo sempre lì, vigili, ma silenziosi spettatori, dietro le vostre spalle e camminate incerte, per sorreggervi quando cadrete e tendervi la nostra mano, come un porto sicuro, anche quando inciamperete nei vostri errori, come il faro, che nella notte più cupa illumina l’acqua, creando bagliori e riflessi di luce ad illuminarne la via.

Aspettando te… 

IL GIAPPONE OSCURO: Ningen johatsu 人間蒸発, gli evaporati giapponesi.

Questo era l’ultimo post della serie “il Giappone oscuro” a cui avevo pensato mesi fa, quando iniziai a scrivere questa sezione. A suo tempo mi ero riproposta di finirla in alcune settimane, ma per motivi diversi ho impiegato più tempo. 

Ad ogni modo.. chi sono i ningen johatsu? Pochi conoscono questo fenomeno, seppur sia di vecchia data. Quanto meno per la mia esperienza, ho notato che non tutti gli appassionati di questa cultura sanno di cosa si tratta. Forse complice anche il fatto che, in rete, non si trovano molte informazioni e in Italia, anche cercando libri al riguardo, sembra non esserci nulla. L’unico testo che sono riuscita a trovare in questi anni è stato alla Junkudo di Parigi, quello delle foto sotto.

Evaporazione.

L’estate scorsa ero in giro con amici italiani che mi vennero a trovare. Stavamo camminando all’interno di una stazione, ad Osaka se la memoria non m’inganna, quando notarono, un po’ stupiti, un muro pieno di annunci “MISSING”. Ovviamente non posso dire se tutte quelle persone fossero volutamente evaporate o meno, chissà, forse parte di loro, o forse nessuno.

Io stessa scoprii questo concetto anni fa, leggendo un interessante articolo sulla rivista “Internazionale” uscita n.816 del 2009 (qualora qualcuno fosse interessato a leggerlo, può acquistare il numero online sul sito della rivista). 

Mi lasciò stupita.

Sono uomini, donne, a volte famiglie intere, che per i motivi più disparati decidono di “evaporare”, di scomparire improvvisamente nel nulla. Spesso è gente che si è indebitata, altre che ha perso il lavoro e a causa del troppo orgoglio, vergogna, integrità morale tipica di questo popolo o come altro vogliamo definirla,  piuttosto che tornare a casa e dire alla propria famiglia “sono stato licenziato/a”, preferisce andare via e non tornare più, sparire, così, come per magia, da un momento all’altro, senza lasciare traccia alcuna.

Diversi sono i casi di chi ad esempio è uscito una mattina, salutando i suoi cari prima di “andare a lavoro” e poi non ha mai più fatto ritorno. Ancora diversi, quelli che sono usciti con una scusa banale, come può essere il semplice pacchetto di sigarette, ma dopo di chè la moglie e i figli non ne hanno più avuto notizie.

È un fenomeno diffuso fin da epoche antiche, tanto quanto clandestino. Sembra che in Giappone la legge riconosca agli adulti il diritto di scomparire, ma al tempo stesso, lessi essere oggetto di un mercato nero fiorente. “Nero” per le ovvie ragioni che si possono immaginare, motivo per cui sovente, chi decide di fuggire non registra la propria presenza presso il nuovo comune, perdendo totalmente la propria identità ed ogni diritto.

“Si effettuano traslochi”. Sembrerebbero recitare alcuni avvisi, posti al calar delle tenebre al di fuori di normalissime società. Perché i traslochi degli evaporati spesso, si effettuano di notte, quando tutto risulta meno evidente e non alla luce del sole.

È gente che spesso resta nelle grandi città come Tokyo 東京, talmente grandi e sovraffollate da riuscire comunque, pur essendo magari la stessa località dove si è sempre vissuto, a garantirgli “anonimato”. Lì esiste un quartiere che, a cercarlo oggi sulla mappa non si trova più, questo volutamente, per cercare di rivalutare (o forse bisognerebbe dire cancellare?) l’immagine che quella zona aveva assunto con gli anni, sede di senza tetto e crimini vari. Questa è Sanya 山谷. Pare che anche chiedendo informazioni su dove si trovi, esse risultino sempre confuse, poco chiare, poco precise.

Altri invece prediligono rifugiarsi in luoghi a volte più distanti ed isolati, alcuni si dirigono verso le pendici del Fuji 富士山, dove secondo le antiche credenze popolari e letterarie, le onsen venivano assoassociate agli evaporati, che andavano lì a purificarsi del loro passato e delle loro colpe con i vapori di questi luoghi. 

Molti diranno che in fondo, di gente che decide di sparire nel nulla, così, all’improvviso, n’è pieno il mondo in ogni dove. Senz’altro é vero, ma ciò che a mio avviso può stupire é l’organizzazione che vi è dietro, il fatto stesso che si trovino “agenzie di traslochi”, seppur lavorino nell’ombra e ancora, il fatto stesso che sia riconosciuto il diritto di scomparire..

È un fenomeno che affonda la sue radici in tempi lontani, parliamo addirittura del 1600, esploso poi dopo gli anni 90 con la bolla economica. Aspetto che nel Giappone di oggi è considerato tabù e volendo, possiamo dire allo stesso tempo “accettato”. Come direbbero molto probabilmente i giapponesi “shouganai” o “shikata ga nai” 仕方がない  “non ci possiamo fare niente”.

Per chi volesse approfondire, oltre al libro e all’articolo citato all’inizio, cercando su Google si trovano dei riferimenti a un paio di film (nulla in italiano, al più in inglese) come ad esempio il film documentario di Shouhei Imamura A man vanishes.

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YAKIUDON

Avevo iniziato una sezione dedicata alle ricette nel blog, poi però fin’ora ne ho inserite poche e niente.

Beh.. che ne direste ora di provare qualcosa di giapponese?? Magari qualcosa che non si trova frequentissimamente al ristorante (almeno in Italia)? Tra l’altro so che qualcuno, dopo un mio post della pagina facebook, la stava aspettando…non mi ero dimenticata ehh! Per facilitarvi vi metto la foto dei vari ingredienti, dove potrete vedere anche come sono scritti in giapponese, vi riporterò l’eventuale dicitura anche più sotto. Per i vegetariani o non amanti della carne volendo, potreste fare una piccola variante.. del tipo solo verdure, oppure verdure&gamberetti! Tenete conto che le dosi sono indicative, io mi regolo ad occhio, per cui seguite un po’ anche il vostro gusto.

Pronti?? allora YAKIUDON sia!

INGREDIENTI:

– 1 confezione di udon (うどん) a testa. Non crescono, ecco perché una per persona, mi raccomando…non fatevi venire la malsana idea di tagliarli per cucinarli 

– 2 carote

– 1/4 di cavolo cappuccio bianco 

– straccettini di maiale sottilissimi.Quelli che vedete in foto sono circa 200 gr sottili tipo carpaccio per intenderci.. Se non trovate nulla di così sottile, potreste optare per della lonza che vi suggerisco di tagliare in pezzi più piccoli. Come scritto sopra, per eventuali vegetariani o non amanti della carne, solo verdure o eventualmente potreste provare coi gamberetti..

-salsa per yakisoba (焼きそば). A me piace molto, anzi direi forse quasi di più, anche con la salsa per okonomiyaki (お好み焼き)

-maionese a piacere (opzionale)

PROCEDIMENTO:

Tagliate le verdure a listarelle sottili, come in foto, che metterete poi a cuocere in una padella bassa e ampia, o in un wok, con un filo d’olio. Aggiungete un pochino d’acqua, solo il necessario per non fare attaccare tutto.

Quando le verdure inizieranno ad essere morbide, aggiungete la carne (ricordatevi, qualora si tratti di bistecchine di lonza, di tagliarle in pezzi più piccoli), dopo pochi minuti mettete gli udon. Vedrete che una volta tirati fuori dal loro sacchettino, vi ritroverete fra le mani un quadrato di pasta tutto appiccicato e tendente al colloso, mettetelo in padella così com’è. Non dovete tagliarlo, cercare di separarli e nemmeno bollirli. Ogni tanto girate e vedrete che la pasta si separerà. Se vedete ch’è veramente asciutta mettete un filo d’acqua. Dopo 3/4 minuti il vostro piatto è pronto! Vi basterà aggiungere la salsa yakisoba (焼きそば), per il quantitativo dipende dal vostro gusto, per cui assaggiate! Se gradite, potrete mettere sopra a piacere- magari fatelo una volta fatti i piatti così ognuno è libero di scegliere se aggiungerla o no- un po’ di maionese.

Ovviamente le salse e gli udon non avrete problemi a trovarli nei negozi che vendono prodotti giapponesi. Dato il tipo di salsa e pasta, in Italia, a meno che le cose non siano cambiate in questi 2 anni, non li troverete nei classici supermercati. Per ciò, per chi fosse a Milano, vi consiglio di andare da “Kathay”, ha 3 punti vendita, il migliore in assoluto si trova in zona Chinatown. Io andavo sempre là. Comunque ricordo che avevano anche la possibilità di ordinare online, al limite date uno sguardo al loro sito. Per chi invece si trova a Parigi, andate in uno nei minimarket asiatici dietro l’Opéra, nel quartiere giapponese, Rue Saint Anne e dintorni.

E ora pronte le bacchette??? Buon appetito, いただきます!

17 gennaio 1995, h. 5.46

20 secondi.. Cosa sono 20″? Niente.. se paragonati ad una giornata, a un anno, a un mese, alla vita intera. Non saremmo nemmeno in grado di dire cosa riusciamo a fare in così poco tempo, probabilmente… Forse solo chiudere una porta, trovare le chiavi nella borsa, cambiare canale..? Eppure a volte, anche se non ci pensiamo mai, 20″ possono essere interminabili, a volte sono abbastanza per dare una sterzata alla nostra vita, a volte sufficienti per sconvolgere l’esistenza..

Sono le 5.45 del 17 gennaio 1995 e Kobe, in buona parte, dorme ancora, complice il buio della notte che avvolge la città. Qualcuno inizia a intravedersi, girare per le strade illuminate dalle luci dei tanti negozi aperti 24 h, qualcun’altro è già in treno con gli occhi semi chiusi, la testa appoggiata al finestrino in cerca ancora di un’ ora di ristoro, molti, forse, si stanno rigirando nei loro futon. Sembra l’inizio di una tranquilla mattina come tante.

Ore 5.46.

La natura si affaccia prima del sole all’alba di questo giorno, con tutta la sua irruenza, la sua forza innata, che niente può contrastare.

Un boato, un’ oscillare fortissimo e incessante, rumore di cose rotte che cadono schiantandosi al suolo..e poi..il silenzio. Una città, intere aree circostanti, paesi quasi interamente distrutti, aperti in due, dilaniati fin nelle loro viscere più profonde. 6434 morti di cui oltre 4000 nella sola città di Kobe, oltre 300.000 sfollati. Tutto in meno di un minuto. Soli 20 secondi, perché di tutto quello che c’era non restasse più nulla.. 

È l’Hanshin Awaji daishinsai 阪神淡路大震災. Il grande terremoto di Kobe. 7.3° sulla scala Shindo (ovvero la scala giapponese che misura l’intensità del terremoto in un determinato punto). Hiro ricorda ancora gli incendi immediatamente divampati in varie zone della città, come tutto cadesse per sfracellarsi al suolo..

Questo enorme terremoto ha ulteriormente, e radicalmente, cambiato l’approccio del Giappone -allora già attrezzato, anche se forse non abbastanza- verso emergenze di questo tipo. Cambio di rotta essenziale per altre gravi situazioni che avvennero in seguito.

Dieci anni dopo, Kobe era già rinata, moderna, pulsante di vita, piena di negozi, ristoranti, insegne colorate e luci al neon.

Quando sono arrivata quì, ormai quasi un anno fa, sapevo di venire in un paese disgraziato. Non ci facciamo mancare nulla da queste parti. Centrali nucleari, tifoni, terremoti, vulcani… Pochi mesi dopo che arrivai, ci fù un grande terremoto nel Kyushu. Anzi due, la prima di circa 6° shindo, e la seconda di oltre 7..in meno di 48 h.. Anche lì fù terribile, ma il progresso, portato dell’incubo di ciò ch’è stato anni prima, ha aiutato a non rendere una situazione già difficile ben più dura.

È in momenti come questi, quando ti trovi in un paese che sai, attendere costantemente l’imprevedibile Nankai, quando le tue giornate scorrono nella stessa città dove, la sera prima, un folle ha deciso di farsi esplodere in nome di chissà quale Dio, é allora che inizi a capire davvero, cos’è, cosa vuol dire, quella paura che ti attanaglia le gambe e non ti farebbe mettere il naso fuori, nella speranza che già solo questo possa bastare, o che ancora ti porterebbe lontano, che butterebbe la tua vita in uno zaino e via, lontano da lì. É la stessa paura a cui sai però, di non poterla dar vinta. 

Tre giorni fa, l’anniversario della catastrofe ch’è stata l’hanshin Awaji daishinsai. Proprio mentre in Italia se ne stanno consumando altrettante..

Sono passati 22 anni da allora e come consuetudine, per non dimenticare, una cerimonia di commemorazione è avvenuta nella giornata del 17. Un minuto di silenzio alle 5.46 del mattino, accompagnato da una miriade di candele accese in canne di bambù.. Il tutto ripetuto poi alle 17.46. 

Sono andata ad Higachi Yuenchi Park, ma non sono rimasta ad attendere il minuto di silenzio, perché ero con Haruki che di sicuro tutto avrebbe fatto, meno che restare lì tranquillo. Era metà pomeriggio e le canne di bambù erano rimaste illuminate dalla mattina, un silenzio solenne regnava già nel parco e una fiumana di gente continuava ad arrivare, per accendere una candela, fare una preghiera o lasciare un messaggio…

Un pensiero va a tutte le vittime di questa e di tutte le grandi tragedie del mondo, per mano dell’uomo o della natura che sia. Uno ancor più speciale non posso che mandarlo all’Italia, a tutti coloro che sono rimasti vittime degli ultimi terremoti del 2016, e ancora, a coloro che lo sono in questi giorni, tra il terremoto nel centro e l’emergenza climatica, a chi ha perso qualcuno sotto quella maledetta slavina all’hotel… che tutte queste anime siano come foglie che volano libere e leggere nel vento.

**Le foto del terremoto sono prese da internet**

DI GRANDI PULIZIE, SHOUGATSU しょうがつ、 PRIME VOLTE,  TOSHIKOSHISOBA 年越しそば E L’OCCHIO DEL DARUMA 達磨

​In Giappone l’arrivo del nuovo anno è tutto un rituale. Questa, a differenza del Natale, è una festa molto importante e sentita. 

Gli ultimi giorni di dicembre ci si prepara a questo momento con le grandi pulizie, per intenderci le nostre pulizie di primavera. La tradizione vuole che si cominci questo nuovo ciclo senza “lo sporco” del precedente ed è importante accogliere la divinità dell’anno, il toshigami 年波, in una casa ben pulita.

Capodanno o shougatsu 正月, da queste parti, ha il sapore di toshikoshisoba 年越しそば la sera del 31. Soba in brodo. Considerati di buon auspicio già per il loro nome, che contiene il kanji di anno (toshi 年) e quello di venire (koshi 越し)。 

La strana consistenza dei mochi 餅, che a volte purtroppo, data proprio questa particolarità, sono causa di gravi incidenti, come avvenuto anche quest’anno. Ha i colori e i sapori dell’ osechi ryouri お節料理 il primo dell’anno. Piatto tipico per questo giorno, che raccoglie tutta una serie di pietanze, come alga konbu, purè di patate dolci e tanto altro. Tutti i cibi che lo compongono hanno un significato augurale.

Però, non é solo festa per il palato, il capodanno giapponese. A partire dalla mezzanotte del 31 una fiumana di gente, per i giorni successivi si riversa a pregare nei templi, che restano aperti la notte per l’occasione. Quì, alla mezzanotte dell’ultimo dell’anno, si possono udire 108 rintocchi di campana, a simboleggiare i 108 peccati della fede buddista. Per i giapponesi questo suono, è una sorta di purificazione dagli errori commessi. Anche questi luoghi sacri sono, in un certo qual modo, se vogliamo, “addobbati a festa”. Sembra di partecipare ad un matsuri 祭り, le tipiche feste popolari giapponesi, con musiche e bancarelle di ogni genere. 

Queste giornate infatti, data la loro importanza, sono di festa nazionale, per cui solitamente sono tutti a casa da lavoro e l’imperatore tiene il suo discorso in apertura del nuovo anno.
Shougatsu vuol dire anche prime volte. Nella cultura Nipponica si dà molta importanza alle prime cose che si fanno all’inizio dell’anno. Così c’è il primo sogno dell’anno (avete visto il post sulla pagina Facebook un paio di giorni fa?), la prima alba, da quì molti giapponesi vanno ad osservarla su una spiaggia, la prima scrittura dell’anno con l’ antica arte della calligrafia, conosciuta come “shoudou” 書道 ed altro ancora. Poi ci sono i nengajou ねんがじょう, ovvero i biglietti di auguri spediti a parenti e amici.

Anche noi in questi giorni siamo andati al tempio, dove ho acquistato un daruma 達磨, oggetto tipico di questo paese. Quello nella foto qui sotto. 

La tradizione vuole che se ne colori, con inchiostro nero ed esprimendo un desiderio, un solo occhio. Qualora si dovesse avverare si colorerà anche il secondo. Il significato che i giapponesi danno a questa statuetta votiva è molto importante. Lo è anche per me, ecco perché l’ho comprato. Perché il daruma cade (si può vedere spingendolo un pochino con un dito), ma si rialza sempre…

Che l’occhio del daruma vi porti fortuna.

BUON NUOVO INIZIO -あけましてとうごさいます

Il 2016 è stato un anno di cambiamenti per noi. Iniziato a Parigi e terminato in Giappone, tra valigie fatte e disfatte svariate volte, scatoloni della nostra vita spediti dall’altra parte del mondo, voli, aereoporti e poi case.. e tanto altro ancora. In realtà, non è solo quello appena passato ad esser stato importante per me, per noi. Anzi, la mia vita ha cominciato a stravolgersi qualche anno fa… e in positivo per fortuna.
So già che i mutamenti non sono ancora finiti, altre novità mi attendono nei prossimi 365 giorni, alcune tanto attese, altre saranno una sorpresa del destino, a cui andiamo incontro sorridendo. 

Buon 2017 a tutti voi, che vi regali serenità, salute, porti gioia e amore nelle vostre case e ricordate, sorridete. Perché alla vita si sorride. Anche nei momenti più cupi, seppur difficile, è importante ricordare  che, dopo la pioggia, prima o poi esce sempre il sole.

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 Nella foto le bacchette utilizzate per tradizione i primi tre giorni dell’anno.

 

IL GIAPPONE OSCURO: hikikomori  引き籠もり 

Ed eccomi di nuovo qui, a raccontarvi qualche lato poco conosciuto di questo paese. No.. non mi ero dimenticata di questa “sezione di articoli”, ma tra il mio viaggio in Italia con rientro in periodo prenatalizio e quanto ne consegue, in questi ultimi due mesi ho finito col dedicare meno tempo di ciò che avrei voluto a questo blog..

Beh.. ora vi starete chiedendo “chi sono?”.

Hikikomori significa “isolarsi, stare in disparte”. Spiegazione questa, decisamente poco esaustiva per un fenomeno che, iniziato in Giappone prima della diffusione dei computer (informazione da non sottovalutare), oggi inizia a espandersi fortemente anche in altri paesi, Italia compresa. Si tratta di persone che, a un certo punto della loro vita, decidono di ritirarsi totalmente dalla società e vivere confinati fra le pareti di una stanza (attenzione, ho scritto stanza..non casa, perché della propria stanza si tratta). Ad esempio interrompono percorsi di studio, rapporti lavorativi, personali e quant’altro. Sono molti, i genitori di giovani hikikomori che non riescono più ad avere un dialogo, in quanto viene costantemente rifiutato. 

Secondo delle stime recenti del governo nipponico, si pensa che nel Sol Levante ci siano tra i 500.000 e 600.000 casi. Questo appare però, un numero non esaustivo, in quanto tale sondaggio ha preso in considerazione solo la fascia di età dai 15 ai 39 anni. Bisogna inoltre considerare che lo stato giapponese, tra le sue linee identificative, riconosce come hikikomori solo colori che sono completamente isolati da almeno 6 mesi, senza più alcun contatto esterno, tralasciando quindi chi, magari,non è ancora sprofondato completamente in questo abisso, o comunque, non ancora ai livelli più gravi.

Già.. 15 anni.. È purtroppo un fenomeno molto diffuso fra i giovani, che indicano come maggior periodo critico il termine degli studi, in una società che vede al centro di tutto il gruppo, e che per cultura, tende ad investire e caricare l’individuo di aspettative sociali. 

Per un genitore qui, avere un figlio hikikomori è considerata una vergogna, qualcosa di cui evitare di parlare.

Spesso si è erroneamente portati a collegare tale fenomeno a una forte depressione, o una dipendenza con tutto ciò che c’è d’informatico. Nulla di tutto questo. Nel 2013 il Ministero della Salute giapponese ha stabilito che NON si tratta di una malattia, come invece è considerata la depressione. Il fatto poi, che si sia sviluppato quando ancora non esistevano i computer, fa intendere quanto una dipendenza informatica non sia la causa scatenante, come invece troppo spesso si è portati a pensare… Al massimo, la si potrebbe considerare solo una delle conseguenze di questo isolamento, in quanto in tantissimi casi, internet, diventa l’unico spiraglio ancora aperto con il mondo esterno. Perché di fatto, dobbiamo realmente pensare a una persona che si chiude nella sua stanza a vita, o in ogni caso per mesi se non svariati anni, senza fare letteralmente null’altro.. 

Delineare le vere motivazioni che sfociano poi in questo fenomeno non è semplice. Certo è che tutte le aspettative sociali, vissute un po’ come una costrizione, in una società che XY si aspetta e ti chiede, e tu che XY devi fare per essere normalmente accettato, hanno un forte impatto nello sviluppo di questo fenomeno. Così per molti l’isolamento diventa forma di ribellione.

In Italia è anche nata un associazione volta a comprendere questo mondo “Hikikomori Italia”, di cui vi lascio il link. Qualora siate curiosi di capirne di più cliccate qui Hikikomori Italia.

(A tal riguardo si trovano anche diversi libri).