YAKIUDON

Avevo iniziato una sezione dedicata alle ricette nel blog, poi però fin’ora ne ho inserite poche e niente.

Beh.. che ne direste ora di provare qualcosa di giapponese?? Magari qualcosa che non si trova frequentissimamente al ristorante (almeno in Italia)? Tra l’altro so che qualcuno, dopo un mio post della pagina facebook, la stava aspettando…non mi ero dimenticata ehh! Per facilitarvi vi metto la foto dei vari ingredienti, dove potrete vedere anche come sono scritti in giapponese, vi riporterò l’eventuale dicitura anche più sotto. Per i vegetariani o non amanti della carne volendo, potreste fare una piccola variante.. del tipo solo verdure, oppure verdure&gamberetti! Tenete conto che le dosi sono indicative, io mi regolo ad occhio, per cui seguite un po’ anche il vostro gusto.

Pronti?? allora YAKIUDON sia!

INGREDIENTI:

– 1 confezione di udon (うどん) a testa. Non crescono, ecco perché una per persona, mi raccomando…non fatevi venire la malsana idea di tagliarli per cucinarli 

– 2 carote

– 1/4 di cavolo cappuccio bianco 

– straccettini di maiale sottilissimi.Quelli che vedete in foto sono circa 200 gr sottili tipo carpaccio per intenderci.. Se non trovate nulla di così sottile, potreste optare per della lonza che vi suggerisco di tagliare in pezzi più piccoli. Come scritto sopra, per eventuali vegetariani o non amanti della carne, solo verdure o eventualmente potreste provare coi gamberetti..

-salsa per yakisoba (焼きそば). A me piace molto, anzi direi forse quasi di più, anche con la salsa per okonomiyaki (お好み焼き)

-maionese a piacere (opzionale)

PROCEDIMENTO:

Tagliate le verdure a listarelle sottili, come in foto, che metterete poi a cuocere in una padella bassa e ampia, o in un wok, con un filo d’olio. Aggiungete un pochino d’acqua, solo il necessario per non fare attaccare tutto.

Quando le verdure inizieranno ad essere morbide, aggiungete la carne (ricordatevi, qualora si tratti di bistecchine di lonza, di tagliarle in pezzi più piccoli), dopo pochi minuti mettete gli udon. Vedrete che una volta tirati fuori dal loro sacchettino, vi ritroverete fra le mani un quadrato di pasta tutto appiccicato e tendente al colloso, mettetelo in padella così com’è. Non dovete tagliarlo, cercare di separarli e nemmeno bollirli. Ogni tanto girate e vedrete che la pasta si separerà. Se vedete ch’è veramente asciutta mettete un filo d’acqua. Dopo 3/4 minuti il vostro piatto è pronto! Vi basterà aggiungere la salsa yakisoba (焼きそば), per il quantitativo dipende dal vostro gusto, per cui assaggiate! Se gradite, potrete mettere sopra a piacere- magari fatelo una volta fatti i piatti così ognuno è libero di scegliere se aggiungerla o no- un po’ di maionese.

Ovviamente le salse e gli udon non avrete problemi a trovarli nei negozi che vendono prodotti giapponesi. Dato il tipo di salsa e pasta, in Italia, a meno che le cose non siano cambiate in questi 2 anni, non li troverete nei classici supermercati. Per ciò, per chi fosse a Milano, vi consiglio di andare da “Kathay”, ha 3 punti vendita, il migliore in assoluto si trova in zona Chinatown. Io andavo sempre là. Comunque ricordo che avevano anche la possibilità di ordinare online, al limite date uno sguardo al loro sito. Per chi invece si trova a Parigi, andate in uno nei minimarket asiatici dietro l’Opéra, nel quartiere giapponese, Rue Saint Anne e dintorni.

E ora pronte le bacchette??? Buon appetito, いただきます!

17 gennaio 1995, h. 5.46

20 secondi.. Cosa sono 20″? Niente.. se paragonati ad una giornata, a un anno, a un mese, alla vita intera. Non saremmo nemmeno in grado di dire cosa riusciamo a fare in così poco tempo, probabilmente… Forse solo chiudere una porta, trovare le chiavi nella borsa, cambiare canale..? Eppure a volte, anche se non ci pensiamo mai, 20″ possono essere interminabili, a volte sono abbastanza per dare una sterzata alla nostra vita, a volte sufficienti per sconvolgere l’esistenza..

Sono le 5.45 del 17 gennaio 1995 e Kobe, in buona parte, dorme ancora, complice il buio della notte che avvolge la città. Qualcuno inizia a intravedersi, girare per le strade illuminate dalle luci dei tanti negozi aperti 24 h, qualcun’altro è già in treno con gli occhi semi chiusi, la testa appoggiata al finestrino in cerca ancora di un’ ora di ristoro, molti, forse, si stanno rigirando nei loro futon. Sembra l’inizio di una tranquilla mattina come tante.

Ore 5.46.

La natura si affaccia prima del sole all’alba di questo giorno, con tutta la sua irruenza, la sua forza innata, che niente può contrastare.

Un boato, un’ oscillare fortissimo e incessante, rumore di cose rotte che cadono schiantandosi al suolo..e poi..il silenzio. Una città, intere aree circostanti, paesi quasi interamente distrutti, aperti in due, dilaniati fin nelle loro viscere più profonde. 6434 morti di cui oltre 4000 nella sola città di Kobe, oltre 300.000 sfollati. Tutto in meno di un minuto. Soli 20 secondi, perché di tutto quello che c’era non restasse più nulla.. 

È l’Hanshin Awaji daishinsai 阪神淡路大震災. Il grande terremoto di Kobe. 7.3° sulla scala Shindo (ovvero la scala giapponese che misura l’intensità del terremoto in un determinato punto). Hiro ricorda ancora gli incendi immediatamente divampati in varie zone della città, come tutto cadesse per sfracellarsi al suolo..

Questo enorme terremoto ha ulteriormente, e radicalmente, cambiato l’approccio del Giappone -allora già attrezzato, anche se forse non abbastanza- verso emergenze di questo tipo. Cambio di rotta essenziale per altre gravi situazioni che avvennero in seguito.

Dieci anni dopo, Kobe era già rinata, moderna, pulsante di vita, piena di negozi, ristoranti, insegne colorate e luci al neon.

Quando sono arrivata quì, ormai quasi un anno fa, sapevo di venire in un paese disgraziato. Non ci facciamo mancare nulla da queste parti. Centrali nucleari, tifoni, terremoti, vulcani… Pochi mesi dopo che arrivai, ci fù un grande terremoto nel Kyushu. Anzi due, la prima di circa 6° shindo, e la seconda di oltre 7..in meno di 48 h.. Anche lì fù terribile, ma il progresso, portato dell’incubo di ciò ch’è stato anni prima, ha aiutato a non rendere una situazione già difficile ben più dura.

È in momenti come questi, quando ti trovi in un paese che sai, attendere costantemente l’imprevedibile Nankai, quando le tue giornate scorrono nella stessa città dove, la sera prima, un folle ha deciso di farsi esplodere in nome di chissà quale Dio, é allora che inizi a capire davvero, cos’è, cosa vuol dire, quella paura che ti attanaglia le gambe e non ti farebbe mettere il naso fuori, nella speranza che già solo questo possa bastare, o che ancora ti porterebbe lontano, che butterebbe la tua vita in uno zaino e via, lontano da lì. É la stessa paura a cui sai però, di non poterla dar vinta. 

Tre giorni fa, l’anniversario della catastrofe ch’è stata l’hanshin Awaji daishinsai. Proprio mentre in Italia se ne stanno consumando altrettante..

Sono passati 22 anni da allora e come consuetudine, per non dimenticare, una cerimonia di commemorazione è avvenuta nella giornata del 17. Un minuto di silenzio alle 5.46 del mattino, accompagnato da una miriade di candele accese in canne di bambù.. Il tutto ripetuto poi alle 17.46. 

Sono andata ad Higachi Yuenchi Park, ma non sono rimasta ad attendere il minuto di silenzio, perché ero con Haruki che di sicuro tutto avrebbe fatto, meno che restare lì tranquillo. Era metà pomeriggio e le canne di bambù erano rimaste illuminate dalla mattina, un silenzio solenne regnava già nel parco e una fiumana di gente continuava ad arrivare, per accendere una candela, fare una preghiera o lasciare un messaggio…

Un pensiero va a tutte le vittime di questa e di tutte le grandi tragedie del mondo, per mano dell’uomo o della natura che sia. Uno ancor più speciale non posso che mandarlo all’Italia, a tutti coloro che sono rimasti vittime degli ultimi terremoti del 2016, e ancora, a coloro che lo sono in questi giorni, tra il terremoto nel centro e l’emergenza climatica, a chi ha perso qualcuno sotto quella maledetta slavina all’hotel… che tutte queste anime siano come foglie che volano libere e leggere nel vento.

**Le foto del terremoto sono prese da internet**

DI GRANDI PULIZIE, SHOUGATSU しょうがつ、 PRIME VOLTE,  TOSHIKOSHISOBA 年越しそば E L’OCCHIO DEL DARUMA 達磨

​In Giappone l’arrivo del nuovo anno è tutto un rituale. Questa, a differenza del Natale, è una festa molto importante e sentita. 

Gli ultimi giorni di dicembre ci si prepara a questo momento con le grandi pulizie, per intenderci le nostre pulizie di primavera. La tradizione vuole che si cominci questo nuovo ciclo senza “lo sporco” del precedente ed è importante accogliere la divinità dell’anno, il toshigami 年波, in una casa ben pulita.

Capodanno o shougatsu 正月, da queste parti, ha il sapore di toshikoshisoba 年越しそば la sera del 31. Soba in brodo. Considerati di buon auspicio già per il loro nome, che contiene il kanji di anno (toshi 年) e quello di venire (koshi 越し)。 

La strana consistenza dei mochi 餅, che a volte purtroppo, data proprio questa particolarità, sono causa di gravi incidenti, come avvenuto anche quest’anno. Ha i colori e i sapori dell’ osechi ryouri お節料理 il primo dell’anno. Piatto tipico per questo giorno, che raccoglie tutta una serie di pietanze, come alga konbu, purè di patate dolci e tanto altro. Tutti i cibi che lo compongono hanno un significato augurale.

Però, non é solo festa per il palato, il capodanno giapponese. A partire dalla mezzanotte del 31 una fiumana di gente, per i giorni successivi si riversa a pregare nei templi, che restano aperti la notte per l’occasione. Quì, alla mezzanotte dell’ultimo dell’anno, si possono udire 108 rintocchi di campana, a simboleggiare i 108 peccati della fede buddista. Per i giapponesi questo suono, è una sorta di purificazione dagli errori commessi. Anche questi luoghi sacri sono, in un certo qual modo, se vogliamo, “addobbati a festa”. Sembra di partecipare ad un matsuri 祭り, le tipiche feste popolari giapponesi, con musiche e bancarelle di ogni genere. 

Queste giornate infatti, data la loro importanza, sono di festa nazionale, per cui solitamente sono tutti a casa da lavoro e l’imperatore tiene il suo discorso in apertura del nuovo anno.
Shougatsu vuol dire anche prime volte. Nella cultura Nipponica si dà molta importanza alle prime cose che si fanno all’inizio dell’anno. Così c’è il primo sogno dell’anno (avete visto il post sulla pagina Facebook un paio di giorni fa?), la prima alba, da quì molti giapponesi vanno ad osservarla su una spiaggia, la prima scrittura dell’anno con l’ antica arte della calligrafia, conosciuta come “shoudou” 書道 ed altro ancora. Poi ci sono i nengajou ねんがじょう, ovvero i biglietti di auguri spediti a parenti e amici.

Anche noi in questi giorni siamo andati al tempio, dove ho acquistato un daruma 達磨, oggetto tipico di questo paese. Quello nella foto qui sotto. 

La tradizione vuole che se ne colori, con inchiostro nero ed esprimendo un desiderio, un solo occhio. Qualora si dovesse avverare si colorerà anche il secondo. Il significato che i giapponesi danno a questa statuetta votiva è molto importante. Lo è anche per me, ecco perché l’ho comprato. Perché il daruma cade (si può vedere spingendolo un pochino con un dito), ma si rialza sempre…

Che l’occhio del daruma vi porti fortuna.

BUON NUOVO INIZIO -あけましてとうごさいます

Il 2016 è stato un anno di cambiamenti per noi. Iniziato a Parigi e terminato in Giappone, tra valigie fatte e disfatte svariate volte, scatoloni della nostra vita spediti dall’altra parte del mondo, voli, aereoporti e poi case.. e tanto altro ancora. In realtà, non è solo quello appena passato ad esser stato importante per me, per noi. Anzi, la mia vita ha cominciato a stravolgersi qualche anno fa… e in positivo per fortuna.
So già che i mutamenti non sono ancora finiti, altre novità mi attendono nei prossimi 365 giorni, alcune tanto attese, altre saranno una sorpresa del destino, a cui andiamo incontro sorridendo. 

Buon 2017 a tutti voi, che vi regali serenità, salute, porti gioia e amore nelle vostre case e ricordate, sorridete. Perché alla vita si sorride. Anche nei momenti più cupi, seppur difficile, è importante ricordare  che, dopo la pioggia, prima o poi esce sempre il sole.

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 Nella foto le bacchette utilizzate per tradizione i primi tre giorni dell’anno.

 

IL GIAPPONE OSCURO: hikikomori  引き籠もり 

Ed eccomi di nuovo qui, a raccontarvi qualche lato poco conosciuto di questo paese. No.. non mi ero dimenticata di questa “sezione di articoli”, ma tra il mio viaggio in Italia con rientro in periodo prenatalizio e quanto ne consegue, in questi ultimi due mesi ho finito col dedicare meno tempo di ciò che avrei voluto a questo blog..

Beh.. ora vi starete chiedendo “chi sono?”.

Hikikomori significa “isolarsi, stare in disparte”. Spiegazione questa, decisamente poco esaustiva per un fenomeno che, iniziato in Giappone prima della diffusione dei computer (informazione da non sottovalutare), oggi inizia a espandersi fortemente anche in altri paesi, Italia compresa. Si tratta di persone che, a un certo punto della loro vita, decidono di ritirarsi totalmente dalla società e vivere confinati fra le pareti di una stanza (attenzione, ho scritto stanza..non casa, perché della propria stanza si tratta). Ad esempio interrompono percorsi di studio, rapporti lavorativi, personali e quant’altro. Sono molti, i genitori di giovani hikikomori che non riescono più ad avere un dialogo, in quanto viene costantemente rifiutato. 

Secondo delle stime recenti del governo nipponico, si pensa che nel Sol Levante ci siano tra i 500.000 e 600.000 casi. Questo appare però, un numero non esaustivo, in quanto tale sondaggio ha preso in considerazione solo la fascia di età dai 15 ai 39 anni. Bisogna inoltre considerare che lo stato giapponese, tra le sue linee identificative, riconosce come hikikomori solo colori che sono completamente isolati da almeno 6 mesi, senza più alcun contatto esterno, tralasciando quindi chi, magari,non è ancora sprofondato completamente in questo abisso, o comunque, non ancora ai livelli più gravi.

Già.. 15 anni.. È purtroppo un fenomeno molto diffuso fra i giovani, che indicano come maggior periodo critico il termine degli studi, in una società che vede al centro di tutto il gruppo, e che per cultura, tende ad investire e caricare l’individuo di aspettative sociali. 

Per un genitore qui, avere un figlio hikikomori è considerata una vergogna, qualcosa di cui evitare di parlare.

Spesso si è erroneamente portati a collegare tale fenomeno a una forte depressione, o una dipendenza con tutto ciò che c’è d’informatico. Nulla di tutto questo. Nel 2013 il Ministero della Salute giapponese ha stabilito che NON si tratta di una malattia, come invece è considerata la depressione. Il fatto poi, che si sia sviluppato quando ancora non esistevano i computer, fa intendere quanto una dipendenza informatica non sia la causa scatenante, come invece troppo spesso si è portati a pensare… Al massimo, la si potrebbe considerare solo una delle conseguenze di questo isolamento, in quanto in tantissimi casi, internet, diventa l’unico spiraglio ancora aperto con il mondo esterno. Perché di fatto, dobbiamo realmente pensare a una persona che si chiude nella sua stanza a vita, o in ogni caso per mesi se non svariati anni, senza fare letteralmente null’altro.. 

Delineare le vere motivazioni che sfociano poi in questo fenomeno non è semplice. Certo è che tutte le aspettative sociali, vissute un po’ come una costrizione, in una società che XY si aspetta e ti chiede, e tu che XY devi fare per essere normalmente accettato, hanno un forte impatto nello sviluppo di questo fenomeno. Così per molti l’isolamento diventa forma di ribellione.

In Italia è anche nata un associazione volta a comprendere questo mondo “Hikikomori Italia”, di cui vi lascio il link. Qualora siate curiosi di capirne di più cliccate qui Hikikomori Italia.

(A tal riguardo si trovano anche diversi libri).

NATALI DI UN SECOLO FA E NATALI GIAPPONESI

Sono tornata in Giappone  con l’intenzione di fare l’albero di natale, magari qualche decorazione in casa e i biscotti. Perciò il 7, con Hiro siamo andati a prendere tutto il necessario, in modo da farlo il giorno dopo come la tradizione di famiglia prevede. Così l’8 ho passato la giornata con Haruki, fra palline, fili colorati, adesivi per finestre, pasta frolla alle mandorle e profumo d’arancia.. Credo che il suo obbiettivo principale sia il “non far arrivare l’albero alla vigilia”.. Già..perché come tutti i bimbi piccoli, la mamma appendeva e faceva e lui smontava..

Beh.. alla fine però , come vedete dalle foto ce l’ho fatta a fare l’albero, ed anche i biscotti eh (nella foto erano ancora da infornare)! Rigorosamente senza luci perchè non oso immaginare che fine avrebbero fatto.. 

Ricordo ancora molto bene i natali di quando ero piccola, la magia che c’era nell’aria e che rendeva trepidante l’attesa. Per tutto il mese, quando mia madre non mi vedeva, mi avvicinavo quatta quatta all’albero e tastavo e scuotevo ogni regalo, nella speranza di captare un qualche indizio che mi facesse capire di cosa si trattava..Festeggiavamo sempre da nonna, a partire dal 24 sera -come tutti i meridionali- fino al 26 quasi senza tregua. Era una bella occasione per riunirci tutti, gli zii vicini e quelli lontani, che vedi spesso e che vedi poco.. Solo dalla parte di mia mamma erano in 8 fra fratelli e sorelle, tutti sposati con 2 o 3  figli, così eravamo sempre ben più di 20 persone…Vi lascio immaginare che gran via vai e vivace confusione. Quell’immensa tavolata imbandita di ogni cosa e decorata a festa per 3 giorni di fila, la casa piena di parenti, il grosso vociare rumoroso di grandi e bambini che insieme alle calde risate, risuonava fino a tardi la sera della vigilia, nell’attesa della mezzanotte, per aprire i regali. S’ingannava il tempo fra le innumerevoli portate presenti, che immancabilmente non si riuscivano mai a finire da quante fossero, qualche racconto che scaldava gli animi -famosissimi quelli di zia Lina-, o barzelletta, un paio di noccioline accompagnate da qualcosa da bere, i sempre presenti panettoni e pandori e l’immancabile tombola. Allo scoccare della mezzanotte il salone si riempiva di carte svolazzanti ovunque, quelle dei regali, che noi bambini nella foga e nella felicità del momento, scartavamo in ogni dove e lasciavamo cadere in ogni angolo. Qualche volta nevicava, e lì per noi piccoli era la felicità più assoluta.

Sono anni che non vivo più un natale così, da quando mamma non c’è più..con lei anche questa tradizione di famiglia si è sciolta. Di sicuro non riuscirò a ricreare quì, dall’altro capo del mondo, per mio figlio, quella stessa atmosfera. In Giappone questa festa non ha reale motivo di esistere, è solamente commerciale e ovviamente non viene vissuta come la viviamo noi in Italia, essendo una festa cristiana. 

Qui il giorno di natale si usa andare fuori a mangiare pollo fritto, spesso insieme ad amici, magari in posti tipo KFC o fast food similari,  e mangiare la loro tradizionale “Christmas Cake” クリスマスケーキ, torta di pan di spagna con panna e fragole e decorazioni natalizie. Ed ecco qui il loro natale… Ovviamente per noi -soprattutto noi italiani del sud , consentitemelo!-non si può sentire che a natale si vada al fast food a mangiare pollo fritto!! Per ció ho detto a mia suocera di venire da noi, almeno il 25, perciò preparerò qualcosa di serio come la tradizione richiede!

In ogni caso spero di riuscire a trasmettere a Chris, la magia di questo periodo, quella che illumina e anima gli occhi e la fantasia dei bambini del mondo, davanti a questo omone vestito di rosso e con la barba lunga, che in una sola notte, arrivando da molto lontano, accompagnato dai suoi piccoli aiutanti e le sue renne, distribuisce sogni per tutto l’universo. 

Perché la magia di babbo natale è unica e vive in ognuno di noi, sta a noi mantenerla accesa.

ORA DI TORNARE..

E dopo un mese mi ritrovo qui, su questo volo, appena decollato, destinazione Hong Kong, dove me ne attende un altro, domani mattina, che mi porterà fino a Osaka e poi da lì, in fondo, posso già dire di essere a casa.

Che dire di questo mese “italiano” ? Beh.. non é andato proprio come uno s’immagina quando, abitando fuori, torni ai tuoi luoghi, alle persone che ti hanno visto crescere, o con cui hai condiviso parecchi anni.. Come mai vi starete chiedendo.. Perché purtroppo, è stato un mese di malanni, che hanno, inevitabilmente,scombussolato ogni mio piano! Appena arrivati Haruki si è beccato un bel virus gastrointestinale, che ho poi preso anch’io, e si è trascinato fino a metà mese. Passato questo è stata la volta della stomatite, povero (che per fortuna ha deciso di risparmiare almeno me!)! E così, in un batter d’occhio, ci siamo ritrovati a fine mese ed eccoci di ritorno! Per fortuna però, quando Chris stava meno peggio, siamo comunque riusciti a vedere almeno le persone più strette e gustare i vecchi sapori, che in terra d’Oriente difficilmente si trovano, o in alcuni casi non esistono proprio, come le cime di rape (qui forse i nordici doc non saranno molto abituati a mangiarle..), le nostre salsicce o il profumo del vero pane..

Ho cominciato questo post ch’ero seduta sull’aereo, e lo finisco sdraiata sul futon di casa..che dire ancora? A parte il fuso che mi fa stare sveglia la notte, con mio figlio in vena di giocare e pimpante come fossero le 10 del mattino, sicuramente il mio prossimo viaggio in Italia sarà in un periodo un po’ più mite!

Non mi sono portata dietro la nostalgia rientrando, in fondo non mi manca l’Italia, mi possono mancare le persone care, o magari i tanti cibi che poi finisci per cercare e non trovi mai.. ma “casa” per me, è dove c’è Hiro e mio figlio.. per cui in fondo sto benone anche qui, dall’altro capo del mondo..